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Allargare lo sguardo…dalla parte di chi cerca lavoro.

Sono passati solo 4 anni da quando la Commissione Europea, in piena pandemia, lanciava il NextGenerationEU un piano per la ripresa senza precedenti, per rilanciare l’economia europea e sostenere le transizioni verde e digitale, rendendo l’Europa più resiliente e pronta per le sfide future. Nel modesto dibattito pre-elettorale cui stiamo assistendo sembra non ricordarsene più nessuno, ma allora fu un segno di grande speranza perché collegava interventi di sostegno all’economia e al lavoro ad una prospettiva nuova riguardante il futuro della società in cui viviamo.

Solo quattro anni dopo l’Europa sembra travolta da ben altre prospettive e problemi a tinte fosche: e per quanto riguarda il lavoro?

Per quanto i dati statistici siano sempre da maneggiare con cura, mille essendo le insidie per chi non se ne occupa professionalmente a partire dal significato stesso dei termini utilizzati per indicare le grandezze riportate, è fuori dubbio che il periodo successivo al Covid abbia fatto registrare un andamento progressivamente favorevole dell’occupazione, almeno per quanto riguarda gli aspetti quantitativi, assorbendo i danni in tal senso prodotti dalla pandemia; tutti gli indicatori normalmente considerati al riguardo ce lo confermano.

Milano e provincia, per fare un esempio, hanno un tasso di occupazione paragonabile alla Germania e una decina di punti in percentuale superiore alla media italiana; forse pensano a questo i commentatori più soddisfatti di come vanno le cose nel mercato del lavoro e preferiscono concentrarsi su alcuni fenomeni che acquisiscono così maggiore evidenza: le grandi dimissioni, la negoziazione del welfare aziendale, il mismatch che in molti settori caratterizza il rapporto domanda/offerta, le differenze salariali e il salario minimo.

Ma perché, allora, riscontriamo tanto disagio incontrando persone che stanno cercando lavoro, noi che ce ne occupiamo ogni giorno?

La spiegazione cui più spesso si ricorre riguarda la condizione di chi lo sta cercando.

La condizione di chi fatica a ritrovare il proprio lavoro perché ha solo legami deboli e non ha reti di relazione, perché vive con un importante carico di cura o famigliare; o perché ha superato i 40 o 50 anni senza consolidare una professione stabile; di una donna che, dopo anni di cure famigliari, cerca la propria autonomia economica; di un giovane che ha anche studiato ma non abbastanza per orientarsi stabilmente nella vita lavorativa (e non solo).

O l’isolamento in cui può cadere un adulto che, pur diplomato o laureato e senza criticità importanti, trova difficile comunicare agli altri che ha perso il lavoro; o si rende conto di non essere abbastanza “smart” in un mondo sempre più digitale; o viene caricato dei problemi famigliari perché tanto “ha il tempo per occuparsene”…

Senza dimenticare chi è appesantito da qualche disabilità – psichica o fisica – spesso neanche riconducibile alle categorie più note. Può trovare ambiti e servizi orientati all’assistenza o al reinserimento sociale ma solo in parte riesce a farlo attraverso il lavoro; il che significa che molti rinunciano a considerare il lavoro quale via di inserimento sociale.

Un approccio che ha giustificato in questi anni investimenti pubblici sempre più significativi nei Servizi per il lavoro e nella formazione; che ha alimentato il dibattito sulla capacità del sistema formativo di plasmare un’offerta di lavoro pronta a rispondere alla domanda di lavoro da parte delle imprese; che ha giustificato l’abolizione del Reddito di cittadinanza con il mismatch; che ha indotto politiche di incentivi all’occupazione o sgravi contributivi a favore di determinate categorie e fasce d’età…inducendo certo miglioramenti. Eppure, nonostante il buon andamento dell’economia (e, in controtendenza, quello demografico) non trova ancora risposta la nostra domanda: perché riscontriamo tanto disagio incontrando persone che stanno cercando lavoro, noi che ce ne occupiamo ogni giorno?

Forse non basta rispondere a questa domanda dando semplicisticamente per scontato che a Milano e provincia, a fronte di un paio di milioni di lavoratori occupati, ce ne siano molte decine di migliaia di altri “svantaggiati” tra disoccupati, inattivi, lavoratori poveri, grandi dimissioni. ecc. che per i motivi più diversi non trovano la loro giusta collocazione nel nostro pur florido mercato del lavoro.

Forse bisogna allargare lo sguardo e, non limitandosi a politiche tese a migliorare l’Offerta di lavoro in funzione della Domanda, impegnare le istituzioni e l’economia in una sfida ben più complessa dando voce alle istanze che da più parti si levano perché il lavoro possa essere effettivamente parte integrante dell’esperienza di vita di tutti, indipendente dalla condizione sociale. E quindi anche di quelle molte decine di migliaia di svantaggiati che a Milano e provincia lo stanno aspettando.

Chiediamoci quali bisogni stiano sollecitando fenomeni come le “grandi dimissioni”, le richieste di welfare aziendale, le esperienze in corso di riduzione del lavoro a 4 giorni alla settimana, la domanda straordinaria di oratori estivi, le speranze che si ponevano nella normazione dello smart-working, la conciliazione di orari tra i servizi erogati e l’orario di lavoro di genitori, il part-time che per i 2/3 riguarda l’occupazione femminile, l’emergere di nuove professioni di servizio alle famiglie come caregiver e badanti, la richiesta salariale che s’impone semplicemente per vivere a Milano, ecc. ecc.

Forse rispondendo a queste domande ci renderemo conto che, per quanto complesso possa sembrare determinarla, un’organizzazione sociale basata su un’economia che tenga più conto delle esigenze di vita di chi deve contribuirvi col proprio lavoro e su criteri di maggiore produttività favoriti anche dalla digitalizzazione, oltre che rispondere all’art.lo 3 della nostra Costituzione, è possibile. E sarebbe anche il modo per far crescere ulteriormente il tasso d’occupazione a Milano. Una sfida all’altezza di un nuovo Next Generation EU da portare in Europa.

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