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La Storia di Luciano

Non avevo mai pensato che sarebbe stato facile, ma non credevo che sarebbe stato così difficile.

Con queste parole Luciano riassume con lucidità la sua esperienza di quasi dieci anni fa, quando, dopo oltre un anno di disoccupazione, incontrò ReAgire. LAssociazione nata un anno prima su iniziativa di un gruppo di amici impegnati socialmente nel Decanato San Siro, decisi a dar vita a unesperienza fondata su valori quali gratuità, impegno solidale e condivisione delle competenze aveva aderito a un programma promosso dal Comune di Milano, insieme ad altre realtà del territorio, per sostenere le persone in cerca di una nuova occupazione.

Con studi umanistici, Luciano aveva intrapreso un percorso professionale distante dalla sua formazione, lavorando in una multinazionale metalmeccanica con differenti ruoli e responsabilità in Italia e in Europa, continuando a investire nella sua crescita, tra cui lo studio dellinglese in Inghilterra e tanti corsi di marketing ed economia.

La sua lunga carriera si era interrotta bruscamente a seguito di una ristrutturazione aziendale, che portò alla sua uscita e alla conseguente condizione di mobilità. Pur consapevole delle difficoltà legate al ricollocamento, Luciano non immaginava quanto il percorso sarebbe stato complesso, a partire dalla fatica di ricollocare la testaancora prima del posto di lavoro. La disoccupazione, del resto, rappresenta unesperienza destabilizzante, spesso traumatica.

Il caso volle che Luciano venisse così a conoscenza del percorso di accompagnamento al lavoro di ReAgire, un modello originale di servizi a cui decise di partecipare. Prese parte infatti alla prima edizione di MyJob Laboratorio, il programma di orientamento e formazione volto a valorizzare le competenze, ridefinire il profilo professionale e il CV e avviare la ricerca attiva del lavoro.

Ciò che colpì Luciano di ReAgire furono, in particolare, le persone: il gruppo di lavoro, le relazioni, la condivisione di unesperienza difficile come la perdita del lavoro. Soprattutto, ebbe modo di scoprire che le competenze non si esauriscono in ciò che si è fatto fino a quel momento: ne esistono altre, più nascoste e maturate altrove, che possono rivelarsi risorse preziose per ripartire. Ampliare lo sguardo fu per lui un passaggio fondamentale per ridefinire il proprio obiettivo.

Alla fine del percorso di MyJob Laboratorio, per Luciano fu spontaneo continuare a frequentare ReAgire, non solo come socio, ma anche prendendo parte alle attività formative. Alla domanda: Come definiresti ReAgire?, prende tempo. Non è facile dare una definizione che riesca a cogliere lessenza di unesperienza di vita vissuta. Ogni definizione rischia di essere riduttiva. Ma di una cosa è certo: ReAgire è unesperienza originale e preziosa. Per chi ci crede, diventa una parte importante della propria vita, anche dopo la fase del bisogno.

ReAgire è un luogo che tiene insieme persone in cerca di lavoro e persone che offrono tempo e competenze per accompagnarle in questo passaggio delicato.

Il problema del lavoro e della disoccupazione riguarda tutti. È un problema sociale. E ReAgire ha la straordinaria capacità di far dialogare chi vive la difficoltà in prima persona con chi ha scelto di impegnarsi come socio e volontario. Il vero collante è proprio questo: il volontariato e il senso di solidarietà.

Luciano lo dice chiaramente: il punto di partenza la perdita del lavoro – è un momento di grande difficoltà. Perdere il lavoro non comporta solo una preoccupazione economica, ma spesso genera smarrimento, a cui si sommano rabbia, delusione, senso di sconfitta e solitudine. Luciano spiega che ReAgire offre un aiuto concreto su due livelli: tecnico, fornendo strumenti per la ridefinizione delle competenze, del profilo professionale e per la ricerca attiva di un nuovo impiego; e umano, creando relazioni personali che vanno oltre il percorso di orientamento.

Poter condividere questa fase difficile di cambiamento con altre persone, sentirsi parte di un gruppo, è fondamentale. MyJob Laboratorio mi ha aiutato a ritrovare disciplina e rispetto di me stesso, aspetti fondamentali per rimettersi in piedi.

Lintervista ha via via assunto i toni di una riflessioneLuciano ragiona sulla dinamica che sta alla base di ogni cambiamento, e la descrive come un movimento che può seguire due direzioni: può nascere dallattrazione, quando desideri fortemente qualcosa e vuoi raggiungerla a tutti i costi; oppure dalla fuga, quando qualcosa ti ha fatto talmente male che vuoi solo lasciartela alle spalle.

E nel momento in cui si supera una crisi, come la perdita del lavoro, è naturale e profondamente umano voler cancellare tutto ciò che è stato legato a quel periodo difficile, compreso laiuto ricevuto. Anche chi ti ha sostenuto, paradossalmente, può finire tra le cose che si cerca di dimenticare. Per questo, molte persone che in un momento della loro vita hanno incontrato ReAgire tendono ad allontanarsi una volta trovato un nuovo equilibrio. Anche chi ha dato un contributo attivo spesso sente il bisogno di chiudere quella parentesi.

Eppure, sostiene Luciano, se si è sensibili al tema sociale, in qualsiasi momento e nel modo che sentiamo più adeguato a noi, è possibile restituire: con una donazione, con unattenzione, con il proprio tempo, o anche solo con lascolto. ReAgire, in questo senso, è come tante altre associazioni ma ha una differenza importante: limpatto emotivo del suo lavoro è più complesso da trasmettere.

La tematica che affronta il lavoro, o meglio la sua mancanza – è meno immediata, meno raccontabile, e per questo anche più difficile da comunicare.

Fare parte di un gruppo che fa delle cose è ciò che dà senso allesperienza. E allora sorge spontanea una domanda: come aumentare la capacità operativa di ReAgire? Luciano è convinto che servano sempre più persone. Aumentare la partecipazione significa aumentare le possibilità di attivare risorse, progetti, relazioni.

Laspetto emotivo è sempre fondamentale, ribadisce Luciano, che chiude la nostra chiacchierata con una piccola traccia per il futuro dellAssociazione: dare maggiore visibilità a ReAgire, fare cose comunicabili, lavorare sullaspetto emotivo. Perché da lì passa tutto: dal riconoscere, e poi condividere, il valore di un’esperienza difficile, ma trasformativa.

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